Galileo Galilei

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« La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto. »
(Galileo Galilei, Il Saggiatore)

Galileo Galilei

Galileo Galilei (Pisa15 febbraio 1564 – Arcetri8 gennaio 1642) è stato un fisico, filosofo, astronomo e matematico italiano, uno dei più grandi scienziati dell'epoca moderna.

Il suo nome è associato ad importanti contributi in dinamica[1] e in astronomia - fra cui il perfezionamento del telescopio, che gli permise importanti osservazioni astronomiche[2] - e all'introduzione del metodo scientifico (detto spesso metodo galileiano).

Di primaria importanza furono il suo ruolo nella rivoluzione astronomica e il suo sostegno al sistema eliocentrico e alle teorie copernicane. Accusato di voler sovvertire la filosofia naturale aristotelica e le Sacre Scritture, Galileo fu per questo condannato come eretico dalla Chiesa cattolica e costretto, il 22 giugno 1633, all'abiura delle sue concezioni astronomiche.


Indice

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Biografia [modifica]

Statua di Galileo, Galleria degli Uffizi a Firenze

Galileo Galilei nacque a Pisa il 15 febbraio 1564, primogenito dei sette figli di Vincenzo Galilei e Giulia Ammannati. Il padre Vincenzo, nato a Santa Maria a Monte nel 1520, ex liutista ed ex insegnante di musica (aveva fatto parte della Camerata fiorentina dei Bardi), in passato era entrato in conflitto con la tradizione classica che attribuiva la consonanza tra tutti i suoni al controllo delle proporzioni numeriche ed aveva proposto alcune sue idee al riguardo. Era quindi ferrato in matematica, ma, intuendo le difficoltà pratiche per tale professione, spinse il figlio a studiare medicina, proprio come un loro avo, quel Galileo Bonaiuti che nel XV secolo si era distinto nell'esercizio dell'arte medica ed in onore del quale un ramo della famiglia aveva preso il nome di Galilei.

Nel 1574 la famiglia Galilei si trasferì a Firenze e qui il giovane Galileo studiò nel Convento di Santa Maria in Vallombrosa, dove rimase fino all'età di quindici anni.

Il 5 settembre 1581 Vincenzo lo iscrisse all'Università di Pisa per fargli studiare l'arte della medicina. Nonostante il suo interesse per i progressi sperimentali di quegli anni, l'attenzione di Galileo fu presto attratta dalla matematica, che cominciò a studiare nel 1583 sotto la direzione di Ostilio Ricci da Fermo, un seguace della scuola matematica di Niccolò Tartaglia. Dopo quattro anni il giovane rinunciò a qualsiasi titolo accademico e ritornò a Firenze, dove approfondì gli studi, occupandosi di meccanica e di idraulica.

Galileo, pur costretto per motivi economici ad impartire lezioni private, cercò di farsi conoscere nel mondo accademico diffondendo privatamente i suoi scritti e partecipando attivamente alla vita culturale del tempo con lezioni e conferenze pubbliche. Durante la sua permanenza a Pisa, tra il 1585 e il 1586, Galileo arrivò alle sue prime conclusioni sul centro di gravità dei solidi con Theoremata circa centrum gravitatis solidorum e trovò una soluzione al problema della Corona di Erone, inventando uno strumento per la determinazione idrostatica del peso specifico dei corpi: ne descrive i dettagli nel breve trattato "La bilancetta", pubblicato nel 1644.

Su invito dell'Accademia Fiorentina trattò, tra il 1587 ed il 1588, argomenti letterari, come discussioni sull'Inferno di Dante Alighieri[3] e valutazioni sull'opera di Ludovico Ariosto e Torquato Tasso.

Gli anni dell'insegnamento a Pisa e a Padova [modifica]

Disegno di un pendolo
Pendolo di Galileo Galilei a Pisa

Alla fine del 1587, nonostante l'appoggio del marchese Guidobaldo Del Monte, che leggendo le prime opere galileiane era rimasto entusiasticamente coinvolto dalla sua genialità, non riuscì ad ottenere la cattedra di matematica all'Università di Bologna, assegnata a Giovanni Antonio Magini.

Diverso il discorso nel 1589, quando, sempre con l'appoggio di Del Monte, l'Università di Pisa gliela assegnò. Nonostante lo stipendio di sessanta scudi fosse appena sufficiente per vivere, Galileo riuscì a produrre ottime idee e strumenti. Negli anni seguenti, infatti, lavorò intensamente, studiando il pendolo, che gli consentirà di stabilire la legge dell'isocronismo nelle oscillazioni. Studiò poi il moto dei corpi materiali[4] ed eseguì esperimenti con il piano inclinato, usando sfere di materiale diverso, per stabilire se la velocità di caduta dipendesse dal peso.

Nell'estate del 1591 il padre Vincenzo morì, lasciando a Galileo il compito di occuparsi della madre e dei fratelli minori: Michelangelo, Lena e Livia. A ciò si aggiunsero le richieste del marito della sorella maggiore, Virginia, tale Benedetto Landucci, che esigeva il rispetto degli impegni promessi in dote. Lo stipendio pisano, però, non dava molte prospettive per il futuro e per la risoluzione dei molti problemi, così Galileo si rivolse ancora al marchese Del Monte che, grazie anche all'appoggio del cardinale Francesco Maria, suo fratello, riuscì a farlo chiamare all'Università di Padova come professore di matematica. Il 26 settembre 1592 venne quindi emanato il decreto di nomina, con uno stipendio di 180 fiorini l'anno. Il 7 dicembre Galileo tenne il discorso introduttivo e dopo pochi giorni iniziò un corso destinato ad avere un grande seguito presso gli studenti. Resterà per 18 anni a Padova, di cui egli conserverà un ricordo affezionato ("li diciotto anni migliori di tutta la mia età").

È del 1593 la macchina per portare l'acqua ai livelli più alti, per la quale ottenne, dal Senato Veneto, un brevetto per l'utilizzazione pubblica per un periodo di venti anni. L'importanza di Galileo, in quegli anni, però, va oltre le semplici lezioni accademiche: è infatti con le lezioni private che il suo pensiero si diffonde e diventa sempre più forte, grazie agli importanti studenti che ne seguono queste lezioni: Vincenzo Gonzaga, Giovanni Federico Principe d'Alsazia, i futuri cardinali Guido Bentivoglio e Federico Cornaro, ed altri ancora.

In questi anni scrisse anche due trattati sulle opere di fortificazione, Brevi instruzioni all'arte militare e Trattato di fortificazione, oltre a Le mecaniche, nel quale approfondì le teorie sulla statica delle macchine.

Proprio nel periodo padovano incontrò Marina Gamba, con la quale avrà tre figli: Virginia e Livia, divenute monache, e Vincenzo, l'unico legittimato nel 1619.

Intorno al 1597 Galileo si occupò dello studio e della realizzazione di strumenti di misura, tra i quali il compasso per uso geometrico e militare, oggetto dell'opera Le operazioni del compasso geometrico et militare, pubblicata a Padova nel 1606 e dedicata a Cosimo II.

Verso la metà del 1609 Galileo apprese dell'esistenza di un cannocchiale, costruito in Olanda, e lo perfezionò, dotandolo di lenti ottiche lavorate con alta precisione e facendone uno strumento scientifico. Con il nuovo telescopio, strumento che migliorava il già esistente astrolabio, probabilmente realizzato dall'artigiano fiorentino Ignazio Dondi, Galileo intraprese osservazioni per determinare la posizione del Sole, della Luna e degli altri corpi celesti. Le scoperte astronomiche, realizzate mediante il nuovo strumento, che servirono per confermare la correttezza del modello cosmologico copernicano, furono poi raccolte nel Sidereus Nuncius, pubblicato nel marzo del 1610.

Il trasferimento a Firenze [modifica]

La Casa di Galileo, sulla Costa San Giorgio a Firenze

L'eco delle scoperte galileiane fu immediata. Già nel luglio dello stesso anno, grazie anche alla dedica dell'opera al granduca di Toscana ed all'attribuzione del nome di medicei ai satelliti celesti di Giove, Galileo fu nominato a vita matematico primario dello studio di Pisa, senza obblighi di lezioni, e filosofo granducale.

Prima della fine del 1610, osservò Saturno, che chiamò tricorporeo, scambiando, a causa dello scarso potere risolutivo del suo cannocchiale, gli anelli per due satelliti. Successivamente osservò le fasi di Venere che interpretò correttamente come una prova a favore dell'ipotesi eliocentrica.

Quindi lasciò Padova, per trasferirsi a Firenze.[5]

Nel 1611 fu convocato a Roma, dove presentò le sue scoperte ai gesuiti del Collegio Romano, inclusi il futuro Papa Urbano VIII e Roberto Bellarmino, che lo onorarono con una conferenza in cui riconoscevano le sue scoperte. Nello stesso anno entrò a far parte dell'Accademia dei Lincei.

Nel 1612 Galileo scrisse il Discorso intorno alle cose che stanno in su l'acqua, o che in quella si muovono, mentre dell'anno seguente è l'Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti, pubblicata a Roma in risposta ad un opuscolo del gesuita Christoph Scheiner. Riguardo alle macchie solari era infatti scoppiata una controversia sull'attribuzione del primato della loro scoperta, fatta quasi contemporaneamente da vari astronomi.

Nel marzo 1614 compì studi sul metodo per determinare il peso dell'aria, scoprendo che pesa poco, ma non zero. L'aria è infatti circa settecentosessanta volte più leggera dell'acqua: i pensatori della sua epoca, al contrario, pensavano, senza alcun supporto sperimentale, che l'aria non avesse peso.

Tra il 1613 ed il 1615 scrisse le famose lettere copernicane, indirizzate a Benedetto Castelli, Pietro Dini e Cristina di Lorena, le quali, pur se non pubblicate, iniziarono a circolare e a destare preoccupazione negli ambienti più conservatori per le idee innovative espresse dal Galilei, ma soprattutto per il carattere polemico e per l'ardimento con cui lo scienziato pretese che alcuni passi delle Sacre Scritture venissero reinterpretati alla luce del sistema copernicano.

La disputa con la Chiesa [modifica]

La denuncia di Caccini [modifica]

« Grandissima mi par l'inezia di coloro che vorrebbero che Iddio avesse fatto l'universo più proporzionato alla piccola capacità del lor discorso. »
(Galileo, Opere VII)
Galileo davanti all'inquisizione di Cristiano Banti(1857)

Il 21 dicembre 1614 si levava dal pulpito di Santa Maria Novella a Firenze il frate domenicano Tommaso Caccini (1574 - 1648), lanciando contro certi matematici moderni e in particolare contro Galileo (1564 - 1642), matematico e filosofo del Granduca Cosimo II de' Medici, l'accusa di contraddire le Sacre Scritture con le loro concezioni astronomiche ispirate alle teorie copernicane. A questa si aggiunse la denuncia di un altro domenicano, Niccolò Lorini, con l'invio di una lettera al cardinale Paolo Emilio Sfondrati, Prefetto della Congregazione dell'Indice a Roma, il 7 febbraio 1615, a nome di tutta la comunità del convento di San Marco di Firenze.

Tommaso Caccini giunse a Roma, il 20 marzo 1615, nel palazzo del Santo Uffizio, di fronte ai cardinali Bellarmino, Galamini, Millini, Sfondrati, Taverna, Veralli e Zapata, denunciò Galileo.

Il dibattito proseguì per tutto il 1615. Intervenne anche il cardinale Roberto Bellarmino, già giudice nel processo di Bruno e futuro santo e dottore della Chiesa, il quale in una lettera invitò Galileo a sostenere l'eliocentrismo come mera ipotesi matematica, atta a semplificare i calcoli della meccanica celeste e non come unica descrizione dell'universo, in attesa di una prova definitiva. Il cardinale inoltre dette il proprio sostegno a rivedere l'interpretazione del dettato biblico in presenza di prove schiaccianti:

« Dico che quando ci fusse vera demostratione che il Sole stia nel centro del mondo e la Terra nel terzo cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole allora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non l'intendiamo che dire che sia falso quello che si dimostra. »
(Lettera del cardinale Bellarmino a Paolo Antonio Foscarini, 12 aprile 1615)

Tuttavia Galileo non accettò il compromesso e, forte della presunta prova definitiva dell'eliocentrismo (la sua teoria delle maree), decise di chiedere udienza a Papa Paolo V per difendere le sue opinioni astronomiche. Ciò sortì l'unico effetto di far convocare nuovamente il Santo Uffizio per dirimere la questione.

Galilei a Roma [modifica]

Benché le opere di Galileo non fossero state inserite nell'elenco dei libri proibiti, lo scienziato pisano si recò a Roma, il 5 dicembre 1615 munito di lettere di presentazione di Cosimo II:

«Viene a Roma il Galileo matematico et viene spontaneamente per dar conto di sé di alcune imputazioni o più tosto calunnie, che gli sono state apposte da' suoi emuli» scriveva a Scipione Borghese il Granduca, timoroso di vedersi coinvolto nell'affare.

Il suo ambasciatore, Piero Guicciardini, ottimo conoscitore dell'ambiente romano, era ben consapevole dei pericoli imcombenti sullo scienziato:

«questo non è paese da venire a disputare sulla luna, né da volere, nel secolo che corre, sostenere né portarci dottrine nuove». [6]

Nel marzo 1616, il Santo Uffizio espresse una condanna per le teorie cosmologiche copernicane, considerate stolte ed assurde, proibendo di difenderle come realtà fisica ma consentendo di parlarne come ipotesi geometriche; mise all'indice dei libri proibiti (Index librorum prohibitorum) della Chiesa cattolica il De revolutionibus orbium coelestium di Niccolò Copernico e altri libri che parlavano del sistema copernicano, sospesi fino a che non siano corretti e cioè conformati al decreto secondo cui bisognava parlare della tesi copernicana solo come ipotesi matematica. Il libro di Copernico in effetti fu rimosso dall'Indice quattro anni dopo con poche correzioni.

Galileo scrive soddisfatto al segretario di Cosimo II, Curzio Picchena, il 6 marzo, che la denuncia del Caccini «non ha trovato corrispondenza in S.ta Chiesa [...] onde solo restano proibiti quei libri li quali ex professo hanno voluto sostenere che ella non discordi dalla Scrittura [...] All'opera del Copernico stesso si leveranno 10 versi della prefazione a Paol terzo, dove accenna non gli parer che tal dottrina repugni alle Scritture; e, per quanto intendo, si potrebbe levare una parola in qua e in là, dove egli chiama, 2 o 3 volte, la terra sidus [...] Io, come dalla natura stessa del negozio si scorge, non ci ho interesse alcuno, né punto mi ci sarei occupato, se, come ho detto, i miei nimici non mi ci havessero intromesso [...] un santo non l'haverebbe trattato né con maggior reverenza né con maggior zelo verso S.ta Chiesa: il che forse non hanno fatto i miei nimici, che non hanno perdonato a machine, a calunnie et ad ogni diabolica suggestione [...] conoscerà V. S. con quanta flemma e temperanza io mi sia governato».

Invece l'ambasciatore Guicciardini non lo trovava né flemmatico né temperato, se già il 4 marzo scriveva a Cosimo II che Galileo «s'infuoca nelle sue openioni, ci ha estrema passione dentro, et poca fortezza et prudenza a saperla vincere [...] non scorge et non vede quello bisognerebbe, sì che, come ha fatto sin a hora, ci resterà dentro ingannato, et porterà sé in pericolo», e il 13 maggio al Picchena, che Galileo, ancora a Roma, «ha un umore fisso di scaponire i frati et combattere con chi egli non può se non perdere [...] lo stare absente da questo paese li sarebbe di gran benefizio et servizio».

Secondo alcuni storici allo scienziato s'intimò di non divulgare più tali idee. Tuttavia il documento in cui gli s'intima di non parlare del copernicanesimo neanche come ipotesi è oggetto di controversia e non è certo che fu effettivamente letto a Galileo.

Galileo, prima di ritornare finalmente a Firenze, otteneva, su sua richiesta, il 26 maggio 1616, una dichiarazione autografa del Bellarmino così concepita: «Noi Roberto cardinale Bellarmino, havendo inteso che il sig. Galileo Galilei sia calunniato o imputato di havere abiurato in mano nostra, et anco di essere stato per ciò penitenziato di penitenzie salutari, et essendo ricercati della verità, diciamo che il suddetto sig. Galileo non ha abiurato in mano nostra né di altri qua in Roma, né meno in altro luogo che noi sappiamo, alcuna sua opinione o dottrina, né manco ha ricevuto penitenzie salutari né d'altra sorte, ma solo gli è stata denunziata la dichiarazione fatta da Nostro Signore [Paolo V] publicata dalla Sacra Congregazione dell'Indice, nella quale si contiene che la dottrina attribuita al Copernico, che la terra si muova intorno al sole e che il sole stia nel centro del mondo senza muoversi da oriente ad occidente, sia contraria alle Sacre Scritture, e però non si possa difendere né tenere. Et in fede di ciò habbiamo scritta e sottoscritta la presente di nostra propria mano, questo dì 26 di maggio 1616. Il medesimo di sopra, Roberto cardinale Bellarmino».

La polemica sulle comete [modifica]

Nel 1618 comparvero nel cielo tre comete, fatto che attirò l'attenzione e stimolò gli studi degli astronomi di tutta Europa. Fra essi il gesuita Orazio Grassi, matematico del Collegio Romano, tenne con successo una lezione che ebbe vasta eco, la "Disputatio astronomica": con essa, sulla base di alcune osservazioni dirette e di un procedimento logico-scolastico, egli sosteneva l'ipotesi che le comete fossero di origine celeste e la utilizzava per avvalorare il modello di Tycho Brahe, la Terra è posta al centro del creato, con gli altri pianeti in orbita invece intorno al Sole, contro l'ipotesi eliocentrica.

Galilei decise di replicare per difendere la validità del modello copernicano. Rispose in modo indiretto, attraverso lo scritto "Discorso delle Comete" di un suo amico e discepolo, Mario Guiducci, ma in cui la mano del maestro era certamente presente. Pur sbagliando nel ritenere (fra molte cautele) le comete oggetti non celesti, il suo testo dimostra le molte contraddizioni del ragionamento di Grassi e le sue erronee deduzioni dalle osservazioni delle comete con il cannocchiale. Il gesuita rispose con uno scritto intitolato Libra astronomica ac philosophica firmato con lo pseudonimo di Lotario Sarsi (ottenuto anagrammando il suo nome) in cui attaccava direttamente Galileo e il copernicanesimo. Galileo scrisse quindi nel 1623 il trattato Il Saggiatore, che già nel titolo intende confutare il trattato di Grassi: se questi aveva usato la bilancia (Libra), Galileo vuol utilizzare il "saggiatore", una bilancetta molto precisa per pesare i metalli preziosi. Dedicò la sua nuova opera al nuovo papa.

Il Saggiatore e il Dialogo sopra i Massimi Sistemi [modifica]

Scrivendolo in italiano e non in latino, che pure era la lingua dei dotti di allora, violò scientemente l'ordine della Chiesa, sebbene nel 1623 a papa Gregorio XV fosse succeduto, col nome di Urbano VIII, Maffeo Barberini, intellettuale ed estimatore di Galileo tanto che al processo del 1616, quando non era ancora Papa, si era perfino pronunciato a suo favore. Davanti al cardinale di Hohenzollern, nel 1624, riferendosi a Copernico, affermò che "la Chiesa non aveva condannato e non condannerebbe la sua dottrina come eretica, ma solo come temeraria". Recatosi a Roma ebbe sei udienze con il Papa, durante le quali ricevette onori, raccomandazioni e denaro, anche se il Papa non accettò l’istanza di Galileo di revocare il decreto del 1616. In ogni caso, lo incoraggiò a continuare i suoi studi riguardo il sistema copernicano, purché ne parlasse soltanto come di un'ipotesi.

Galileo si dedicò quindi alla stesura del Dialogo di Galileo Galilei sopra i due Massimi Sistemi del Mondo Tolemaico e Copernicano, in cui espose il principio di relatività e il suo metodo per determinare la velocità della luce.

Galilei a Roma da Papa Urbano VIII [modifica]

Nel 1630, ad opera completata, Galileo si recò a Roma e, ricevuto da papa Urbano, gliela mostrò. Questi, essendo occupato personalmente, dopo una veloce lettura affidò la cura di leggerlo prima della pubblicazione ai censori per verificare che fosse conforme al decreto del 1616. Ma varie vicissitudini, tra le quali l’ignoranza in materia di astronomia dei censori preposti e le difficoltà, dovute alla peste, delle comunicazioni tra Firenze, dove Galileo era ritornato, e Roma, rallentarono questo lavoro. Galileo approfittò della confusione per accelerare la concessione dell’imprimatur. Alla fine furono apportate solo alcune modifiche marginali per sottolineare l’uso della teoria copernicana come ipotesi matematica e nel 1632 fu pubblicato a Firenze. Non passò molto perché Urbano VIII si pentisse di non aver vigilato personalmente alla concessione dell'imprimatur all'opera di Galileo. Infatti il sistema copernicano non era affatto trattato come mera ipotesi matematica, ma tutta l'opera tentava di dimostrarne l'effettiva realtà. Inoltre l'autore aveva anche messo in bocca a Simplicio, personaggio preso in giro durante tutto il corso dell’opera, l’argomento preferito di Urbano VIII, presentandolo come quello di «persona dottissima ed eminentissima». Nel Papa nacque perfino il sospetto che Simplicio rappresentasse una caricatura della propria persona, anche se ciò non era certamente nelle intenzioni di Galileo.

L’abiura e gli ultimi anni [modifica]

Per approfondire, vedi le voci Il processo a Galileo Galilei e s:Sentenza di condanna di Galileo Galilei.

Galileo, ormai settantenne, fu chiamato a comparire davanti al tribunale dell'Inquisizione nel 1632. Essendo ammalato cercò di rinviare il viaggio, fiducioso nella protezione del Granduca di Toscana, il quale aveva ricevuto il titolo dal Papa, e dunque mai avrebbe contraddetto la volontà di questi. A seguito di una successiva ingiunzione dell'Inquisizione, dovette tuttavia recarsi a Roma, in pieno inverno, il 13 febbraio 1633.

Nel corso del processo Galileo, che era già malato e fu ad un certo punto minacciato di tortura, negò perfino di aver mai abbracciato la dottrina copernicana, nonostante l'evidenza di ciò che aveva scritto nel Dialogo, e si dichiarò disposto ad aggiungere dei capitoli per confutare Copernico, ma l'Inquisizione non tenne in considerazione questa offerta di Galileo.

Il 22 giugno 1633 Galileo fu riconosciuto colpevole di: "aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch'il Sole [...] non si muova da oriente ad occidente, e che la Terra si muova e non sia centro del mondo".

La pena inflitta a Galileo consistette in diverse disposizioni: la messa all’indice del Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo; l’abiura della tesi copernicana; un periodo di prigionia della durata che sarebbe piaciuta al Sant’Uffizio; la recita dei sette salmi penitenziali una volta alla settimana per tre anni che s'incaricò di recitare, con il consenso della Chiesa, sua figlia Maria Celeste, suora carmelitana.

Galileo riuscì ad evitare che i dispositivi più duri della condanna diventassero effettivi. Il carcere fu mutato nel confino all'interno della villa dell'ambasciatore del Granduca di Toscana in Roma, quindi nella casa dell'arcivescovo Piccolomini a Siena e infine nella villa che possedeva nella campagna di Arcetri.

Nel 1638 quando era già completamente cieco, pubblicò (a Leida, in Olanda) il suo lavoro più importante: Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze. In essa tratta le leggi del moto e la struttura della materia.

È del 1640 la spinta decisiva data al suo allievo Bonaventura Cavalieri con la scoperta della proprietà caratteristica dell'infinito, che definisce come infinita una quantità che uguaglia una sua parte.

Galileo Galilei si spense l'8 gennaio 1642 ad Arcetri, circondato dai suoi allievi e venne tumulato nella basilica di Santa Croce a Firenze insieme agli altri grandi fiorentini come Machiavelli e Michelangelo.[7]

Nel 1757 Giuseppe Baretti, in una sua ricostruzione, avrebbe fatto nascere la leggenda di un Galileo che una volta alzatosi in piedi, colpì la terra e mormorò: "Eppur si muove!"[8]. Tale frase non è contenuta in alcun documento contemporaneo, ma nel tempo fu ritenuta veritiera, probabilmente per il suo valore suggestivo, a tal punto che Berthold Brecht la riporta in "Vita di Galileo", opera teatrale dedicata allo scienziato pisano alla quale egli si dedicò a lungo.

Nel corso dei secoli che seguirono la Chiesa modificò la propria posizione nei confronti di Galileo:nel 1734 il Sant'Uffizio concesse l'erezione di un mausoleo in suo onore nella chiesa di Santa Croce in Firenze, Benedetto XIV nel 1757 tolse dall'Indice i libri che insegnavano il moto della Terra, con ciò ufficializzando quanto già di fatto aveva fatto Papa Alessandro VII nel 1664 con il ritiro del Decreto del 1616.
La definitiva autorizzazione all'insegnamento del moto della Terra e dell'immobilità del Sole arrivò con un decreto della Sacra Congregazione dell'inquisizione approvato da Papa Pio VII il 25 settembre 1822. Nel 1968 papa Paolo VI fece avviare la revisione del processo.

Nel 2008 sorse in Italia un acceso dibattito su un mancato discorso del papa Benedetto XVI alla cerimonia inaugurale dell'anno accademico dell'Università La Sapienza di Roma, nel corso della quale venne messo in rilievo un intervento su Galileo tenuto a Parma il 15 marzo 1990 dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, nel quale egli riprese un'affermazione di Paul Feyerabend: «La Chiesa dell'epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione»[9], aggiungendo però: «Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande. Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica.» In precedenza Giovanni Paolo II aveva riconosciuto la maggiore lungimiranza dello scienziato rispetto a quella dei teologi dell'epoca:

« Paradossalmente, Galileo, sincero credente, si mostrò su questo punto (interpretazione della Bibbia) più perspicace dei suoi avversari teologi. »
(Papa Giovanni Paolo II durante il discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze)

Galilei e la scienza [modifica]

Tomba di Galileo a Santa Croce

La fondamentale importanza che la figura di Galileo riveste riguarda il suo ruolo nel recupero del metodo scientifico sviluppato in epoca ellenistica e successivamente quasi dimenticato, grazie al suo attento studio di alcune opere scientifiche, in particolare quelle di Archimede.

La sua importanza per la rinascita della scienza in generale e della fisica in particolare è riferibile alle scoperte che fece per mezzo di esperimenti, quali, ad esempio, il principio di relatività, la scoperta delle quattro lune principali di Giove, dette appunto satelliti galileiani (Io, Europa, Ganimede e Callisto), il principio di inerzia e che la velocità di caduta dei gravi è la stessa per tutti i corpi, indipendentemente dalla massa o dal materiale (un'idea, quest'ultima, che in realtà risaliva a Giovanni Filopono, ma che era stata apparentemente dimenticata).

Galileo si interessò inoltre del problema della misura della velocità della luce: egli intuì infatti che questa non poteva essere infinita, ma i suoi tentativi per misurarla furono infruttuosi.

Riflettendo sui moti lungo i piani inclinati scoprì il problema del tempo minimo nella caduta dei corpi materiali, e studiò varie traiettorie, tra cui la spirale paraboloide e la cicloide.

Nell'ambito delle sue ricerche di matematica scoprì la prima proprietà dell'infinito: una parte è uguale al tutto.

Inoltre indusse un suo allievo, Bonaventura Cavalieri, a studiare gli indivisibili, intuendo le conseguenze del calcolo infinitesimale nello studio del moto.

Sulla questione della matematica come strumento di indagine della natura, scrisse:

« ... questo grandissimo libro [della natura] che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l'universo), non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri né quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intendere umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto. »
(Galileo Galilei, Opere VI)

Per Galileo la matematica è quindi il supremo strumento nell'indagine della natura. A tal proposito egli distinse fra qualità primarie dei corpi, oggetto appunto dell'indagine scientifica in quanto ad essi è applicabile il calcolo matematico, e qualità secondarie (ad es. odori, sapori, giudizi di gusto etc.), che invece non possono essere studiate in modo scientifico.

Il metodo galileiano si compone di due aspetti principali:

  • sensata esperienza, ovvero l'esperimento, che può essere compiuto praticamente o solo astrattamente ("esperienze mentali"), ma che deve in ogni caso seguire a una attenta formulazione teorica, ovvero a ipotesi che siano in grado di guidare l'esperienza in modo che essa non fornisca risultati arbitrari;
  • necessaria dimostrazione, ovvero una analisi matematica e rigorosa dei risultati dell'esperienza, che sia in grado di trarre da questa ogni conseguenza in modo necessario e non opinabile, e che va ulteriormente verificata, con ulteriori esperienze, ovvero il cosiddetto cimento, che è l'esperimento concreto con cui va sempre verificato l'esito di ogni formulazione teorica.

Invenzioni fra stelle e corpi in movimento [modifica]

Fasi della Luna disegnate da Galileo nel 1616

Nel corso della sua vita, Galileo propose originalmente alcune invenzioni, utili non solo nello studio delle stelle, ma anche dei corpi in movimento:

Moti parabolici, moti circolari e quadratura del cerchio [modifica]

Gli studi dei moti parabolici, pendolari e lungo piani inclinati permisero a Galilei di scoprire l'universalità del moto.

Gli studi sul moto delle pietre levigate a sfera lungo i piani inclinati e le misure di come gli oggetti in movimento aumentano e diminuiscono le loro velocità consentirono a Galileo di scoprire che le loro traiettorie erano parabole. Elaborando i dati con un metodo matematico scoprì che, volendo lanciare una palla di cannone il più lontano possibile, l'inclinazione della canna deve essere di 45°. Variando in alto o in basso l'inclinazione, per valori identici, la gittata è la stessa: la traiettoria a 40° e quella a 50° hanno la stessa gittata.

Studiando, ancora, come oscillano le pietre se legate lungo uno spago, o come si muovono cadendo lungo un piano inclinato, Galilei scoprì che si trattava di esempi della stessa quantità fisica: il moto. Nasce, così, il primo esempio di universalità in fisica: tutti i movimenti dei corpi materiali sono riconducibili ad un'unica sorgente. Esso nasce dalla forza che dà vita al moto e dall'attrito che a esso si oppone. Dalla somma di queste due forze nascono velocità e accelerazioni, con quantità rigorosamente conservate come, ad esempio, la quantità di moto lineare.

Il moto rettilineo e quello circolare possono essere composti e scomposti in modi differenti. È poi possibile produrre una gran varietà di movimenti parabolici: tutti esempi di moto. L'universalità del moto, però, metteva in crisi la quadratura del cerchio, un concetto che ha radici lontane.

Il cerchio è la figura geometrica perfetta e veniva associato al cielo, mentre le linee e quindi la figura geometrica del quadrato al mondo naturale: era quindi ovvio, prima di Galileo, ritenere impossibile ottenere un quadrato da un cerchio e viceversa. Galileo, però, progettò il "compasso proporzionale", la cui realizzazione viene assegnata al suo artigiano di fiducia, Marcantonio Mazzoleni, con il quale è in grado di trasformare una qualsiasi lunghezza di cerchio nei quattro lati di un quadrato. Lo strumento era costituito di due regoli metallici uniti da una cerniera.

La conclusione ovvia era che non c'era nulla di privilegiato nel moto circolare né alcuna differenza rispetto a tutti gli altri tipi di moto; nonostante ciò Galileo era convinto che le orbite planetarie fossero dei cerchi e non delle ellissi, come scoperto da Keplero - Dio, per fare il mondo, ha scelto per le orbite figure geometriche perfette: e questi sono i cerchi non le ellissi. I corpi materiali si muovono perché c'è una forza risultante che agisce su di essi. Le velocità e le accelerazioni sono determinate dalla somma delle forze positive e di quelle negative, generalmente gli attriti, che, tenuto conto di tutte le leggi di conservazione, determina il moto osservato.

Il principio di inerzia [modifica]

Facendo esperimenti col pendolo e col piano inclinato, Galileo arrivò alla scoperta del ruolo degli attriti nel moto dei corpi ed alla formulazione del principio di inerzia, poi codificato da Isaac Newton nel primo principio della dinamica: un corpo in moto rettilineo uniforme permane in tale stato in assenza di attrito; o anche, in un sistema senza attriti, un corpo resterà nel suo stato di moto o di quiete se non ci sono forze esterne che su esso intervengono.

Il pendolo [modifica]

La cosiddetta "Lampada di Galileo" presso il duomo di Pisa, dove intuì la legge del pendolo

Un'altra scoperta galileiana attuata nel 1583 è l'isocronismo delle piccole oscillazioni di un pendolo. Su tale argomento vi è anche una leggenda, secondo cui l'idea gli sarebbe venuta in mente osservando le oscillazioni di una lampada sospesa nella navata centrale del Duomo di Pisa. La lampada che comunemente viene indicata come Lampada di Galileo, non è però quella vista dal giovane scienziato, in quanto costruita nel 1587 da Vincenzio di Domenico Possenti, quindi pochi anni dopo. La lampada che invece fu vista oscillare, più piccola e spartana, è oggi custodita nel vicino Camposanto Monumentale, nella Cappella Aulla.

Questo strumento è semplicemente composto da una pietra legata ad un filo sottile e inestensibile: se questo ha una lunghezza di un metro, si ottiene un'oscillazione della durata di circa due secondi.

La periodicità nel moto del pendolo non fu l'unica osservazione dello scienziato pisano: notò, infatti, che a parità di lunghezza del filo, e indipendentemente dal peso del sasso, l'oscillazione dura la stessa quantità di tempo al variare dell'ampiezza, a patto che questa non sia eccessiva.

La legge periodica del pendolo, detto pendolo semplice, è infatti:

T = 2 \pi \sqrt \frac {l}{g}

dove T è il periodo di oscillazione, l la lunghezza del filo e g l'accelerazione di gravità. Si può notare che la legge di oscillazione è indipendente dalla massa e dall'ampiezza dell'oscillazione stessa, ovvero dall'angolo tra la posizione iniziale e quella centrale di minimo.

Per oscillazione di un pendolo si intende il movimento del pesetto del pendolo dal punto iniziale di oscillazione allo stesso punto di partenza passando per l'altro estremo, quindi il movimento da un estremo all'altro è una mezza oscillazione.

La bilancia idrostatica [modifica]

La Bilancetta fu scritta da Galileo nel 1586, quando era ancora in attesa dell'incarico universitario a Pisa.

Il lavoro, stampato postumo, descrive l'invenzione della bilancia idrostatica:

Per fabricar dunque la bilancia, piglisi un regolo lungo almeno due braccia, e quanto più sarà lungo più sarà esatto l'istrumento; e dividasi nel mezo, dove si ponga il perpendicolo [il fulcro]; poi si aggiustino le braccia che stiano nell'equilibrio, con l'assottigliare quello che pesasse di più; e sopra l'uno delle braccia si notino i termini [dove ritor]nano i contrapesi de i metalli semplici quando saranno pesati nell'aqqua, avvertendo di pesare i metalli più puri che si trovino. (Opere I)

Viene anche descritto come si ottiene il peso specifico PS di un corpo rispetto all'acqua:

P_S = \frac {\operatorname {Peso \; in \; Aria}}{\operatorname {Peso \; in \; Aria} - \operatorname {Peso \; in \; Acqua}}

Ne La Bilancetta si trovano, poi, ben due tavole che riportano trentanove pesi specifici di metalli preziosi e genuini, da lui determinati sperimentalmente con un rigoroso metodo matematico: le misure sono molto precise e confrontabili con i valori moderni.

Si tratta del primo dettagliato elenco di pesi specifici ricavato analiticamente e sperimentalmente.

Piani inclinati, accelerazioni di gravità e conservazione dell'energia [modifica]

Galilei riuscì a determinare il valore dell'accelerazione di gravità, cioè della grandezza che regola il moto dei corpi che cadono verso il centro della Terra, studiando la caduta di sfere ben levigate lungo un piano inclinato, anch'esso ben levigato. Poiché il moto della sfera dipende dall'angolo di inclinazione del piano, con semplici misure ad angoli differenti riuscì a ottenere un valore di poco inferiore a quello oggi noto (9,80665 m/s2), a causa di errori sistematici dovuti all'attrito, che non poteva essere completamente eliminato.

Detto v il valore della velocità della sfera lungo il piano inclinato, la velocità parallela al piano orizzontale sarà data da

v cos θ

mentre quella perpendicolare, che è poi quella utile alla determinazione della gravità, risulta

v sin θ

Con questi studi, Galileo scopre un fenomeno che è conseguenza diretta della conservazione dell'energia meccanica: ponendo un altro piano inclinato accanto al primo su cui far risalire la sfera, scoprì infatti che questa si fermava alla stessa altezza di partenza. Tuttavia, il concetto di energia non è ancora presente nella fisica del Seicento e solo con lo sviluppo, oltre un secolo più tardi, della meccanica classica di Newton si arriva ad una precisa formulazione di tale concetto.

La velocità della luce [modifica]

Galileo fu certamente fra i primi ad avere intuito che la velocità della luce non è infinita, e ideò per primo un esperimento per ottenerne la misura. La sua idea era quella di portarsi su una collina con una lanterna coperta da un drappo e quindi lanciare un segnale ad un amico, posto su un'altra collina lontana un chilometro e mezzo, alzando il drappo.
Il suo amico, visto il segnale, avrebbe quindi alzato il suo drappo, inviandogli così il segnale di ritorno: una misura precisa del tempo intercorso fra l'invio e la ricezione del segnale luminoso avrebbe consentito misurare la velocità della luce. Tuttavia, il tentativo fu infruttuoso: si consideri che la luce impiega solamente un centesimo di millesimo di secondo per percorrere la distanza di 3 chilometri.

La prima misura della velocità della luce fu opera, nel 1675, dell'astronomo danese Rømer, basata sulla misura accurata dei ritardi delle eclissi del satellite di Giove, Io.

Il rapporto fra scienza e fede [modifica]

Galilei, nei primi anni delle sue scoperte astronomiche, non si pose esplicitamente il problema delle conseguenze teologiche delle scoperte fatte con il suo cannocchiale e di come quell'universo immenso, pieno di irregolarità, corruttibile, senza sfere perfette e senza nessun centro potesse essere in conflitto con la visione del mondo difesa dalla Chiesa cattolica. Si noti ad esempio come nel "Sidereus Nuncius", in cui tali scoperte vengono comunicate per la prima volta al mondo, il problema fra scienza e fede non viene nemmeno discusso o menzionato.

Tale questione venne posta a Galilei dalle forti reazioni e polemiche che con il passare degli anni furono suscitate dalle sue scoperte e dal suo modo di indagare, basato sulla lettura diretta del libro della natura, senza ricorso all'autorità, sia essa aristotelica o teologica. Egli si vide costretto ad intervenire sulla questione del rapporto fra scienza e fede, sul concetto di verità, con lo scopo principale di difendere la propria autonomia di scienziato.

Il primo documento in cui Galilei affronta tale questione è una sua lettera a padre Benedetto Castelli, scritta nel 1613. Egli vi espone la sua concezione di cristiano e scienziato che rivendica l'autonomia della scienza dalla religione. Vi conclude che scienza e fede non interferiscono affatto, dato che lavorano su piani separati: la fede parla ed opera sul piano metafisico del mondo, mentre la scienza sul piano fisico.

Dovette difendersi poiché le sue scoperte contrastavano, apparentemente, con alcuni passi della Bibbia: nell'Antico Testamento si dice, infatti, che Dio tenne il Sole fermo per tre giorni per permettere a Giosuè e agli Ebrei di vincere sul nemico, mentre invece Galileo sosteneva che fosse la Terra a girare intorno al Sole. Galilei, tuttavia, obiettò alle accuse, affermando che la Bibbia non è un trattato d'astronomia e che:

« [...] le quali proposizioni, sí come, dettante lo Spirito Santo, furono in tal guisa profferite da gli scrittori sacri per accomodarsi alla capacità del vulgo assai rozzo e indisciplinato [...]. »
(Galileo Galilei, "Lettera a padre Benedetto Castelli")

Cioè, la Scrittura, ispirata dallo Spirito Santo (che dunque non può mentire) parlava agli antichi nel linguaggio d'allora, con delle affermazioni che son tipiche del genere della letteratura guerriera. "Fermare il Sole", visto dalla Terra, ha lo stesso effetto di fermare la Terra per tre giorni, ossia vedere sempre il Sole a mezzogiorno per avere una forte luce. Tre giorni, ma anche pochi minuti è un tempo impossibile che comprometterebbe la vita sul nostro pianeta: questo e altri passi hanno contenuti apparentemente non scientifici, che portarono Galilei a parlare non solo di questioni di linguaggio, ma a dire che:

« [...] nelle dispute di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalla autorità di luoghi delle Scritture, ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni necessarie: perché, procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice de gli ordini di Dio [...]. »
(Galileo Galilei, "Lettera a Madama Cristina di Lorena")

Dice infine:

« [...] Io crederei che l'autorità delle Sacre scritture avesse avuto solamente la mira a persuader gli uomini a quegli articoli e proposizioni, che son necesarie per la salute loro, e superando ogni umano discorso, non potevo per altra scienza né per altro mezzo farcisi credibili, che per bocca dello stesso Spirito Santo [...]. »
(Galileo Galilei, "Lettera a padre Benedetto Castelli")

Nasce così la visione galileiana secondo la quale esistono due "libri", che sono in grado di rivelare la stessa verità, anche se attraverso due diversi campi: uno è la Bibbia, che ha essenzialmente valore salvifico e di redenzione dell'anima, scritto in termini scientificamente approssimativi per il volgo, l'altro è l'universo (cioè la natura), che, a differenza del primo, va letto in maniera scientifica e quindi, per essere ben interpretato, deve essere studiato oggettivamente.
Secondo Galileo, i due libri, essendo opera di un unico Autore, non potevano contraddirsi. La sua visione della verità non era dunque, come molti credono, antireligiosa ed atea; al contrario, Galileo fu uno dei primi scienziati a voler conciliare le verità scientifiche con le verità di fede, senza intaccare minimamente né le une né le altre.

La lettera a padre Castelli suscitò però polemiche violentissime e sarcastiche da parte del clero fiorentino, totalmente conservatore, tali che Galilei si vide costretto a fare pubbliche manifestazioni di Cattolicesimo e ad accorrere perfino a Roma, per difendere in ambienti curiali la propria opera di scienziato credente. Dopo decenni di polemiche ed un processo, la Chiesa costrinse Galilei all'abiura, censurò le sue scoperte e condannò all'indice le opere di Copernico e Galileo fino al 1823.

Nel 1757 la Congregazione del Sant'Uffizio riabiliterà la figura di Galileo riconoscendo vere le teorie galileiane. Solo nel 1992 papa Giovanni Paolo II, che aveva chiesto nel 1979 la revisione del "Caso Galilei", ritirò la condanna della Chiesa cattolica allo scienziato; pubblicamente riconobbe la validità e verità scientifica delle teorie di Galileo Galilei e chiese scusa, da parte della Chiesa, per avere ingiustamente condannato non solo il fondatore della scienza moderna ma indiscutibilmente una delle menti più brillanti, geniali e serie dello scorso millennio.

Galilei e l'arte [modifica]

Un vecchia banconota da 2000 lire che raffigura Galileo

Ludovico Cardi, detto il Cigoli, fiorentino, fu pittore al tempo di Galileo; ad un certo punto della sua vita, per difendere il suo operato, chiese aiuto al suo amico Galileo: doveva, infatti, difendersi dagli attacchi di quanti ritenevano la scultura superiore alla pittura, in quanto ha il dono della tridimensionalità, a discapito della pittura semplicemente bidimensionale. Galileo rispose con una lettera, datata 26 giugno 1612. Egli, innanzitutto, fornisce una incredibile anticipazione della moderna distinzione tra valori ottici e tattili: la statua, con le sue tre dimensioni, inganna il senso del tatto, mentre la pittura, in due dimensioni, inganna il senso della vista. Da ciò Galilei attribuisce al pittore una maggiore potenza espressiva che non allo scultore, poiché il primo è in grado di produrre emozioni molto meglio del secondo.

« A quello poi che dicono gli scultori, che la natura fa gli uomini di scultura e non di pittura, rispondo che ella gli fa non meno dipinti che scolpiti, perché ella gli scolpe e gli colora, ... »
(Opere XI)

E aggiunge:

« Perciocché quanto più i mezzi, co' quali si imita, son lontani dalle cose da imitarsi, tanto più l'imitazione è maravigliosa. »
(Opere XI)

Nell'arte, come nella poesia e nella musica, disse Galileo, vale la potenza emotiva che si riesce a trasmettere. E questa prescinde dalla descrizione cruda della realtà.

Galilei e la musica [modifica]

Il padre di Galileo era un musicista (liutista e compositore) e teorico musicale molto noto ai suoi tempi. Indirettamente, Galileo fornì un contributo fondamentale alla comprensione dei fenomeni acustici, avendo per primo compreso l'importanza dei fenomeni oscillatori e del concetto di frequenza.

Nella lettera già citata di Galileo a Lodovico Cardi si trova questa frase:

« Non ammireremmo noi un musico, il quale cantando e rappresentandoci le querele e le passioni d'un amante ci muovesse a compassionarlo, molto più che se piangendo ciò facesse? ... E molto più lo ammireremmo, se tacendo, col solo strumento, con crudezze et accenti patetici musicali, ciò facesse... »
(Opere XI)

Per comprenderne il significato, si deve considerare che verso la fine del XVI secolo si era aperta nell'ambiente musicale italiano una controversia fra i fautori della cosiddetta "seconda pratica" o "nuova pratica" musicale che avrebbero in seguito dato vita ai generi del melodramma e dell'oratorio e quelli della "prima pratica"di cui Palestrina era considerato l'esponente più tipico. Per questi, il rapporto fra musica e testo si concretizzava soprattutto nei cosiddetti madrigalismi, effetti onomatopeici o variamente allusivi su parole come "mormorìo", "tremare", "discende", "sospiri" e simili. Secondo i musicisti della seconda pratica, invece, la musica era di per sé atta a evocare degli affetti e dei moti dell'animo: ogni intervallo musicale aveva una specifica capacità evocativa, e fra testo e musica doveva sussistere una perfetta corrispondenza di effetti: corrispondenza assai più facile da realizzarsi nella monodia che nella polifonia. La frase di Galileo testimonierebbe quindi la sua adesione alla nuova estetica musicale, secondo cui una melodia (ben composta, ed efficacemente eseguita) è in grado di suscitare nell'ascoltatore vive emozioni perfino in assenza di un testo. Di fatto, questa posizione era sostenuta dalla cerchia di musicisti a cui apparteneva suo padre, Vincenzo Galilei. L'idea che la musica strumentale debba essere altrettanto espressiva della musica vocale fu esposta alcuni anni dopo anche da Girolamo Frescobaldi nell'introduzione al Primo Libro di Toccate e Partite (1637).

Si deve osservare, tuttavia, che l'autenticità della lettera a Lodovico Cardi, della quale esiste solo una copia, posteriore di alcuni decenni, non è certa; inoltre l'occasionale riferimento alla musica serve solo come argomento di sostegno alla tesi che la pittura non sia inferiore alla scultura.

Note [modifica]

  1. ^ Principio di inerzia, legge della caduta dei gravi e un primo approccio alla relatività
  2. ^ La scoperta della rotazione della Terra, delle macchie solari, delle montagne della Luna, dei satelliti di Giove, le fasi di Venere, le stelle che compongono la Via Lattea
  3. ^ "Lezioni circa la figura, sito e grandezza dell'Inferno di Dante"
  4. ^ É del 1590 il piccolo trattato "De motu"
  5. ^ Galileo, pur fermamente cattolico, conviveva con una donna, la veneziana Marina Gamba, dalla quale ebbe un figlio maschio e due femmine, ma che non volle mai sposare e che lasciò in occasione del suo trasferimento a Padova. «Provvisoriamente, mise le figliuole in casa del cognato, ma doveva pensare a una loro sistemazione definitiva: cosa non facile perché, data la nascita illegittima, non era probabile un futuro matrimonio. Galileo pensò allora di monacarle. Sennonché le leggi ecclesiastiche non permettevano che fanciulle così giovani facessero i voti, e allora Galileo si raccomandò ad alti prelati per poterle fare entrare egualmente in convento: così, nel 1613, le due fanciulle - una di 13 e l'altra di 12 anni - entravano nel monastero di San Matteo d'Arcetri e dopo poco vestirono l'abito. Virginia, che prese il nome di suor Maria Celeste, riuscì a portare cristianamente la sua croce, visse con profonda pietà e in attiva carità verso le sue consorelle. Livia, divenuta suor Arcangela, soccombette invece al peso della violenza subita e visse nevrastenica e malaticcia.»(Sofia Vanni Rovighi, "Storia della filosofia moderna e contemporanea. Dalla rivoluzione scientifica a Hegel", Brescia 1976)
  6. ^ Piero Guicciardini, Lettera a Cosimo II, 11 dicembre 1615
  7. ^ Questa la versione degli ultimi anni di vita di Galilei secondo il vaticanista Vittorio Messori in "Pensare la storia" (Ed. Paoline 1992, cap. 178-180, pp. 383-397): «Non perdette né la stima né l'amicizia di vescovi e scienziati, spesso religiosi. Non gli era mai stato impedito di continuare il suo lavoro e ne approfittò difatti, continuando gli studi e pubblicando un libro - Discorsi e dimostrazioni sopra due nuove scienze che è il suo capolavoro scientifico. Né gli era stato vietato di ricevere visite, così che i migliori colleghi d'Europa passarono a discutere con lui. Presto gli era stato tolto anche il divieto di muoversi come voleva dalla sua villa. Gli rimase un solo obbligo: quello di recitare una volta la settimana i sette salmi penitenziali. Questa "pena", in realtà, era anch'essa scaduta dopo tre anni, ma fu continuata liberamente da un credente come lui, da un uomo che [...] per gran parte della sua vita era stato il beniamino dei Papi stessi; e che poté scrivere con verità alla fine della vita: «In tutte le opere mie, non sarà chi trovar possa pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza di Santa Chiesa». Morì a 78 anni, nel suo letto, munito dell'indulgenza plenaria e della benedizione del papa. Era l'8 gennaio 1642, nove anni dopo la condanna e dopo 78 di vita. Una delle due figlie suore raccolse la sua ultima parola. Fu: "Gesù!"»
  8. ^ Giuseppe Baretti, The Italian Library, 1757
  9. ^ In P. Feyerabend, Svolta per l'Europa? Chiesa e modernità nell'Europa dei rivolgimenti, Edizioni Paoline, Roma 1992, pag. 76-79

Opere [modifica]


Edizione nazionale [modifica]

È stata pubblicata una edizione nazionale delle opere di Galileo Galilei:

  • Le Opere di Galileo Galilei, Edizione Nazionale, ed. Antonio Favaro, Firenze, Barbera, 1890-1909; ristampe: 1929-1939 e 1964-1968.

(vol. 1, vol. 2, vol. 3, vol. 3, seconda parte, vol. 4, vol. 5, vol. 6, vol. 7, vol. 8, vol. 9, vol. 10, vol. 11, vol. 12, vol. 13, vol. 14, vol. 15, vol. 16, vol. 17, vol. 18, vol. 19, vol. 20)

Letteratura [modifica]

Film [modifica]

  • Galileo è un film del 1969 di Liliana Cavani, che racconta la vita del grande scienziato. Il film, fatto di inquadrature suggestive, musiche struggenti di Ennio Morricone e personaggi che compaiono chiari e grandiosi nelle loro contraddizioni, è memorabile nel sottolineare il dilemma morale di Galileo, che si vede costretto a scegliere tra fede e scienza, tra fedeltà alle autorità religiose ed una verità che gli appare tanto evidente da non poter essere in alcun modo negata.

Bibliografia [modifica]

  • Paolo Frisi: Elogio del Galileo (pubblicato dapprima sul giornale Il Caffè e successivamente - 1775 - in volume).
  • Agostini Venerosi della Seta: Sulla casa ove nacque Galileo Galilei, Pisa, Tip. Del cav. F. Mariotti, 1893.
  • Alexandre Koyré: Etudes galiléennes, Paris, 1939, tr. it. Studi galileiani, Einaudi, Torino, 1976.
  • Ferdinando Flora: Il Processo di Galileo, Rizzoli, Milano, 1954.
  • Giorgio De Santillana : The crime of Galileo, The University of Chicago Press, 1955. ISBN 0226734811
  • Ludovico Geymonat: Galileo Galilei, Einaudi, Torino, 1957. (3a ed. 1981: ISBN 8806042831)
  • Stillman Drake: Discoveries and Opinions of Galileo. (1610 Letter to the Grand Duchess Christina), Anchor Books, 1957. ISBN 0-385-09239-3
  • Antonio Banfi: Galileo Galilei, Il Saggiatore, Milano, 1961.
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  • Paul Feyerabend: Contro il metodo: Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1979. ISBN 88-07-10027-4
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  • Pietro Redondi: Galileo eretico, Einaudi, Torino, 1983. ISBN 8806563254 (2a ed. 2004: ISBN 8806167286)
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  • Vincenzo Viviani: Vita di Galilei. Con appendice ai testi e documenti, Moretti & Vitali, 1992.
  • Enrico Giusti: Euclides reformatus. La teoria delle proporzioni nella scuola galileiana, Bollati Boringhieri, Torino, 1993. ISBN 88-339-0726-0
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  • William R. Shea, Mariano Artigas: Galileo in Rome: the rise and fall of a troublesome genius, Oxford University Press, 2003. ISBN 0195177584
  • Massimo Bucciantini: Galileo e Keplero. Filosofia, cosmologia e teologia nell'Età della Controriforma, Einaudi, Torino, 2003. ISBN 8806165968
  • Andrea Frova e Mariapiera Marenzana: Parola di Galileo, RCS-BUR, Milano 1998. ISBN 881711986. In inglese: Thus spoke Galileo, Oxford University Press, Oxford 2006.
  • Crombette, Fernand: Galilée avait-il tort ou raison? ; 2 tomes ; Ceshe asbl, Tournai, réf. 2.33 et 2.34 - diverses années.

Intitolazioni [modifica]

A Galileo Galilei sono stati intitolati:

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